Spiritualità

Spiritualità significa vivere alla presenza di Dio.
E’ una definizione minimalista ma vera, globale, che affiora spesso nei nostri incontri; spesso però involontariamente contraddetta dalle risonanze limitate e tradizionali che la parola ‘spiritualità’ può ridestare.
Quando si parla di spiritualità e soprattutto quando si pensa ad essa, può diventare quasi automatico fabbricare quella che qualcuno ha chiamato spiritualità degli intervalli. Più o meno così: una vita normale, onesta e anche meritevole, piena di buone intenzioni, occupata dalle solite cose di ogni giorno, e inoltre punteggiata da intervalli, appunto, ‘spirituali’ per definizione, quali la preghiera, la lettura biblica, la meditazione, l’eucaristia…
Tutto ciò può funzionare, può anche comporre nell’insieme una vita ottima per visibilità e risultati.
Quello che non funziona è il ‘modello’, che tende a configurare la spiritualità come una serie di segmenti ‘sacri’ per definizione, più o meno armonicamente inseriti nel contesto della vita qualunque; e si considera più spirituale la vita in cui i segmenti sacri si vedono di più, perché più lunghi o più frequenti. Così viene ribadita dentro di noi l’equazione quotidiano = normale = banale = profano, opposta e parallela a spirituale = sacro = eccezionale. Con il risultato più anti-spirituale che si possa concepire: in primo luogo perché si svaluta, si rende ancor più banale e opaca la vita storica, quella di tutti, facendola ‘altra’ dallo Spirito; e poi perché si rende ancora più astratto, latitante e ininfluente lo Spirito, facendolo ‘altro’ dalla vita di tutti, dalla nostra vita.
Così la ‘spiritualità degli intervalli’ arriva a negare di fatto l’Incarnazione e la Resurrezione, i due pilastri della novità cristiana.
Essere cristiani significa credere in Gesù Cristo, che ci salva per mezzo della sua vicenda, tutta intera, fino al culmine: la sua morte, la vittoria sulla morte. La nostra fede è fede pasquale, la nostra vita nuova è vita nello Spirito: lo Spirito, chiave dell’esistenza redenta, rende possibile la confluenza stabile tra la nostra quotidianità e la luce di Pasqua. E’ il fattore decisivo nell’identità cristiana: così in quella festiva-celebrata come in quella quotidiana, feriale, laica… Le due dimensioni devono comunicare l’una con l’altra, intensificarsi e darsi l’una con l’altra verità e valore.
Spiritualità infatti significa essenzialmente passione per la vita, e quindi anche capacità di vivere la vita di ogni giorno come il luogo santo in cui Dio si fa incontrare e si rivela di continuo.
La spiritualità non è un ‘altro’ argomento o un ‘altro’ momento, ma una specie di occhio in più: consente di vedere oltre quello che appare, di illuminare in trasparenza una realtà troppo spesso deludente fino a cogliervi i segni dell’azione di Dio; e a leggere in una prospettiva diversa, ma sempre solidale, le tragedie e gli scandali della vicenda umana. Non certo per farli sembrare buoni o accettabili, ma per recepire anche in essi la forte sfida di Dio, che di qualsiasi evento e situazione può fare un’occasione di salvezza.
Vivere in modo spirituale ci conduce dunque a cogliere la sacramentalità diffusa e nascosta (quindi da liberare, da rendere evidente) in ogni circostanza della vita: nel dolore e nella gioia, nella comunione come nel conflitto, nella salute e nella malattia, nel lavoro, nello studio, nell’incontro d’amore. (l.s.)