Riflessione sulla vita

Fin dagli inizi della Fraternità anawim la ‘riflessione sulla vita’ costituisce una sorta di specifico metodologico oltre che, di regola, il principale momento di incontro dei gruppi.
Il metodo è stato scelto perché sembrava, al tempo in cui la Fraternità è sorta (alla fine degli anni Settanta), ma ancora oggi sembra il modo più valido per cercare insieme una risposta alle nuove domande che affiorano in un’epoca di profonde e rapide mutazioni, alle quali le formule prefabbricate o le risposte d’autorità non sono più sufficienti.
Lo scopo è quello di realizzare una comunicazione più profonda fra le persone, e quindi relazioni più autentiche, e aiutare ciascuno a riflettere sui problemi che si pongono nella sua vita e ad orientarsi nella selva di comunicazioni che si ricevono quotidianamente, aiutare ognuno a discernere, in un mondo complesso come il nostro, i frammenti di verità (sempre contestuali e provvisori, perché nessuno si può pretendere detentore della Verità) che nel loro insieme possono concorrere a formarsi un giudizio maturo e pienamente umano sul mondo in cui si vive.
Non si avverte né scissione né conflittualità tra questo giudizio e la fede cristiana, nella convinzione che una vita (e una visione del mondo) pienamente umana è nello stesso tempo autenticamente cristiana.
Il metodo in sé non è un’invenzione anawim: si ispira alla a un metodo messo a punto in Francia negli anni 1930-1935 soprattutto dalla JOC (Gioventù operaia cristiana), e successivamente fatto proprio, con modalità diverse, da molti gruppi e movimenti. Accenniamo in breve alla struttura dell’incontro di riflessione sulla vita, seguendo in sostanza quanto viene detto nella Carta della Fraternità anawim (Nota aggiuntiva).
La riflessione sulla vita si articola in tre momenti. Nel primo (VEDERE), ogni partecipante propone un argomento per la riflessione, desumendolo dalle proprie esperienze, difficoltà personali, studi, informazioni recenti). Quando tutti i partecipanti all’incontro si sono espressi, tra i vari argomenti proposti ne viene scelto a maggioranza uno, dando possibilmente la preferenza a quelli che implicano un maggiore coinvolgimento personale ed una maggiore urgenza per la persona che propone. I temi che sono stati lasciati da parte in un incontro possono essere affrontati in incontri successivi: non però riciclati automaticamente ‘a freddo’, ma riproposti.
L’argomento prescelto viene quindi ulteriormente chiarito nei suoi dati di fatto.
In un secondo momento (DISCERNERE) si riflette assieme, alla luce della Parola di Dio, dell’esperienza umana e di una coscienza cristianamente formata, per arrivare a formarsi un giudizio più chiaro intorno al problema proposto, cercando di assicurare ad ognuno la possibilità di esprimersi e chiedendo un ascolto rispettoso ed attento gli uni degli altri.
In un terzo momento (AGIRE), si cerca di ridefinire con maggiore chiarezza il problema e/o di individuare direttive concrete per l’azione. In certi casi sarà anche possibile giungere a deliberazioni pratiche, che applichino alla vita del singolo e del gruppo quanto riscoperto nella seconda fase.
La proposta e la scelta degli argomenti sono liberissime, ma si ricorda che dovrebbe trattarsi di problemi reali, concernenti la persona umana nella sua integralità: occorre evitare il più possibile le speculazioni astratte e, in generale, le questioni troppo vaghe o puramente accademiche.
Operare questi confronti e approfondimenti in gruppo, per tutti gli aspetti della vita, appare molto importante non solo per il bene dei singoli, ma anche per consentire un rinnovamento costruttivo nella vita della chiesa e della società.
Da un punto di vista cristiano, poi, queste forme di discernimento possono costituire oggi anche una forma attualizzata, dialogica e comunitaria, di quella ‘direzione spirituale’ che ha avuto tanta importanza nella storia del cristianesimo. (l.s.)